Dio ci sta parlando ora. Che nulla di questa prova vada perduto

Dio-amore ci chiama a pronunciare parole d’amore, a fare gesti d’amore. A diventare amore. Non sempre è facile. A porre ostacoli a questo processo di trasformazione ci saranno il nostro egoismo e l’orgoglio che lo accompagna; l’idolo dell’avarizia e la vanagloria che ci inganna. Per amare occorre essere liberi. Liberi di non amare, di essere indifferenti, diffidenti, gelosi, invidiosi. Liberi addirittura di odiare, uccidere, sterminare, persino. Amare è sempre cosa buona, giusta, conveniente. Chi ama sente il bisogno di dare. Chi ama dona le sue cose, il suo tempo, il suo sapere, fino a donare se stesso. Gesù lo ha fatto, continua a farlo e ci sfida a imitarlo. Lo fa perché ci ama. Contraddizioni? No, per carità. Al contrario.

Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima, rito romano: Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, li porta sul monte e davanti a loro si trasfigura. Il suo volto diventa brillante come il sole, le sue vesti come la luce. I tre vivono una esperienza unica, inebriante, destabilizzante. Non è tutto. Dal cielo, come un tuono, rimbomba, maestosa, la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo!» Ascoltare Lui, allora, è il meglio che ci possa accadere. Vivere secondo i suoi comandi è incamminarsi sui binari giusti, anche quando ci chiede qualcosa che ci pesa. Anche quando ci lascia nella trappola in cui ci siamo impigliati e magari vorremmo rimanere. E che cosa ci chiede, l’Uomo bello come il sole? Ci chiede di amare come ha amato lui. Non gioca al risparmio, è evidente. Punta in alto, è esigente, non c’è dubbio. Perché lo fa? Non certo per capriccio. La meta di ogni alpinista non è la collina fuori città ma la vetta più alta, ovunque si trovi. Uno speleologo ambisce penetrare nelle grotte più insidiose. Un santo brama correre per sentieri inesplorati. Si vive una volta sola, occorre non sprecare le ore, il rischio di non fare centro dev’essere messo al bando.

Stiamo attraversando un momento difficile, strano, inaspettato. Siamo stati colti in contropiede. La notte di Capodanno, mentre sturavamo lo spumante, nessuno di noi avrebbe potuto prevedere il momento attuale. Ci sembra un brutto sogno. È proprio vero? La nostra tanto decantata libertà improvvisamente ci viene limitata? Che cosa sta accadendo? Contro chi occorre lanciare gli strali? Chi è il nemico da imprigionare, uccidere, sopraffare? Di quale strana ideologia è portatore? Ed eccolo, l’asino che casca. Il nemico che ci tiene in ansia, infatti, non sa nemmeno di essere tale. Poveraccio, è talmente piccolo da non poter essere visto nemmeno con la lente d’ingrandimento. Un pollicino, dunque? Un pollicino che sta mettendo in ginocchio la nostra umana superbia? La risposta è sì. Davanti all’invisibile pollicino stanno crollando le nostre vanterie, i nostri orgogli, le nostre sufficienze. Davanti all’imprendibile moscerino ci sentiamo indifesi, spaesati, impauriti. E che dobbiamo fare?

Dobbiamo mantenere la calma, essere pazienti, intelligenti, misericordiosi per poterci difendere con le poche armi che abbiamo a disposizione. Dobbiamo obbedire con fiducia assoluta a ciò che ci viene ordinato come un novizio obbedisce al suo maestro. Anche quando non ne siamo convinti, anche quando, per pigrizia, abitudine, negligenza o altro, ci verrebbe da fare diversamente. Tutto deve essere fatto per amore. “Solo per amore”. Per amore non ti abbraccio, per amore resto chiuso in casa, per amore non celebro la Messa insieme a voi, indispensabili compagni del mio pellegrinaggio. Per amore non scappo via dalla mia regione. Per amore limito i miei impegni. Possibile? Possibile che un sacerdote possa non celebrare l’Eucarestia con la sua comunità, per amore? Certo. Se serve a limitare il propagarsi di questo fastidioso, inopportuno e pericoloso ospite, volentieri celebro da solo per voi che rimanete a casa. E sappiate che lo faccio “solo per amore”.

Ma un credente non sente il bisogno di accostarsi all’Eucarestia? Ci mancherebbe. Magari lo sentisse sempre. Ma Dio è più grande del nostro cuore e anche della nostra Messa. Dio lo incontro dappertutto, nella sua Parola, nei fratelli, nella preghiera. Lo incontro nello studio e nella meditazione che questo silenzio forzato mi propone. Lo incontro nell’obbedienza alla santa Chiesa.

Quaresima è tempo di penitenza. Quest’anno la penitenza non la scegliamo, ci viene imposta. Non ci resta che accogliere l’invito, chinare il capo e dire con sofferta fermezza: «Sia fatta la tua volontà, Signore». Che nulla vada perduto di questa esperienza di solitudine, di silenzio, di sofferenza, di amore. Dio ci sta parlando ancora.

di Maurizio Patriciello (da Avvenire 8 marzo 2020)

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